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RITRATTI DI STILE > LA SOTTRAZIONE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA

LA SOTTRAZIONE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



10 Febbraio 2015
 
LA SOTTRAZIONE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Personalità eclettica e spirito libero dal gesto irruente, Erika Carretta sceglie il teatro come forma espressiva, perché in esso si racchiude tutto il suo mondo. La passione per la letteratura e la fascinazione per il mondo visivo. E così, dopo il canonico iter di formazione, diventa scenografa e poi costumista. La scena le permette di esprimere la sintesi trasformativa dello spazio e l’abito afferma la sua necessità di ricercare una composizione in cui si stratificano creativamente differenti elementi in un disegno che non è mai banale. Ma c’è una parte di lei, conosciuta da pochi, che si riferisce alla sua vocazione da interprete musicale, in cui Erika esprime tutta la sua levità. O almeno ciò che per lei è lo stile della leggerezza, ovvero la sottrazione, che non va confuso con il minimo indispensabile ma che si traduce nell’efficacia e potenza di un gesto.   

Come nasce la tua passione per il teatro?
La storia è molto semplice. Io sono sempre stata molto affascinata dal teatro, perché è un’attività che mette insieme un po’ tutti i miei interessi. Ho fatto il Liceo Classico e sono sempre stata innamorata della letteratura e dei testi sia poetici che non. Dall’altra parte però ero fortemente interessata all’ambito artistico, motivo per il quale poi ho optato per andare all’Accademia delle Belle Arti. Qui ho scelto di frequentare scenografia perché mi sembrava che in questo modo riuscissi a unire in un unico mondo tutto quello che mi era sempre piaciuto, ovvero la mia passione letteraria mista all’universo visivo, e quindi la scenografia che poi nel tempo si è integrata  con il costume.
Se ti chiedessero di rinunciare a uno dei due ambiti espressivi, ovvero la scena o l’abito, a quale dei due non rinunceresti mai?
Purtroppo sceglierei il costume. Dico purtroppo perché è difficile per me rinunciare ad uno dei due ambiti. Però, se proprio dovessi, opterei per l’abito, perché anche se per certi aspetti è un po’ più complicato, dall’altra, stando addosso agli attori, mi permette di esprimere la parte di me che cerca in continuazione. Infatti, io non ho mai la risposta prima. L’abito rappresenta la ricerca di una composizione, di un equilibrio, di una stratificazione in cui convergono non solo elementi creativi ma anche differenti esigenze, quelle degli attori e della scena ad esempio, piuttosto che le richieste stesse del regista.
Da cosa normalmente prendi ispirazione per i costumi di una scena?
Dipende dal tipo di spettacolo. Se si tratta di uno spettacolo contemporaneo prendo spunto anche dalla realtà, proprio perché la drammaturgia contemporanea mette prevalentemente in luce eventi che non attingono dalla finzione ma spesso da fatti reali. In questo senso quindi è molto interessante anche lo studio del personaggio e di soggetti esistenti ai quali ispirarsi. Se sono davanti a un classico o a un balletto, il campo si apre a una possibilità di interpretazione più ampia, di invenzione e rielaborazione. Mentre nella drammaturgia tradizionale è necessario attenersi a ciò che la regia stessa ti permette di fare e non. In generale comunque prendo spunto moltissimo dalle immagini. Ad esempio se vedo una scultura di arte contemporanea o una pianta, posso immaginare un costume che abbia quel tipo di andamento. Nel balletto mi succede di frequente, parto da forme che vedo e che mi interessano per tradurle poi in abito, che a sua volta diventa costume.
Quale è l’esperienza come costumista che ti ha permesso di esprimere al meglio la tua creatività e quindi la tua necessità di ricerca?
Senza dubbio l’esperienza che ho fatto al Teatro alla Scala, per il quale ho firmato i costumi per un balletto costruiti dalla formidabile sartoria Farani di Roma. Dovevo realizzare costumi ispirati al ‘700 ma dove era necessaria anche un’elevata capacità di invenzione. Ho disegnato tessuti che partivano da elementi storici e che poi si articolavano in un gioco di forme e colori molto particolari. Quindi questa è stata un’esperienza molto interessante. E poi ne ho fatta un’altra, una piccola produzione con una compagnia di ballerini sempre del Teatro Alla Scala, dove ho realizzato i costumi in pelle.
E invece cosa esprime di te la scenografia?
La ricerca della sintesi che dal punto di vista dello spazio, al contrario dei costumi, è quasi un processo inverso. Mi interessa uno spazio sintetico, un luogo che è quasi sempre transitorio. Quindi, disegno qualcosa che è abbastanza preciso fintanto che la scena successiva non lo cambia. Questo vuol dire che nella costruzione di una scena io cerco sempre di rendere qualcosa che possa essere costruito-decostruito davanti agli occhi dello spettatore e che si va quindi trasformando mano a mano che si sviluppa la storia.
In quale scenografia hai espresso al meglio le tue potenzialità?
Non è ancora successo!

Quindi la ricercatezza è uno degli elementi chiave del tuo lavoro, ma anche del tuo stile che è totalmente decontestualizzato dalle tendenze. Ti ispiri a qualcuno in particolare?
In verità non ho nessuno in mente a cui mi ispiro. Diciamo che faccio i conti con quello che ho a disposizione, che è poi anche il mio modo di lavorare. In sostanza io so che ho una certa fisicità e quindi determinate cose, linee, colori e forme mi stanno particolarmente bene e gioco su quegli elementi. Poi di sicuro ci sono delle cose che non mi piacciono proprio e quindi anche se dovessero andar di moda non le metterei mai. Come ad esempio tutto il mondo animalier oppure i pantaloni aderenti a vita alta che non riuscirei mai a indossare con la stessa disinvoltura di altri. Però se devo pensare ad un mito, mi viene in mente Vivienne Westwood, anche se, come si vede, eccetto qualche sua giacca che mi sono concessa, non seguo molto il suo stile. Lei la adoro per l’estrema libertà di un gesto irruento, per lo spostamento temporale che fa. Prende un’epoca, un taglio e lo trasforma come vuole. Questo elemento l’ho ritrovato ad esempio anche negli occhiali da sole Felder Felder, di cui mi sono innamorata, per la stessa ricercatezza del dettaglio, come la punta all’insù tipica dello stile Audrey Hepburn, contestualizzato però in un occhiale dal design decisamente moderno e super leggero. Trovo che sia essenziale e allo stesso tempo ricercato e raffinato.
Come rappresenti nella tua vita lo stile della leggerezza?
Da diversi anni, oltre all'attività di scenografa e costumista, mi dedico ad uno specifico lavoro di interpretazione di testi poetici e teatrali di Paolo Ferrari, fondatore del Centro Studi Assenza di Milano, dove tra l’altro ha sede il  mio studio e dove svolgo la mia attività di ricerca. Questo lavoro di interpretazione, che è una modalità in cui si intrecciano le parole alla musica e dove applico una ricerca molto ricca e profonda, è la parte di me meno conosciuta e diffusa, uno spazio di ulteriore espressività del mio vivere più lieve. E al centro di questa ricerca c’è un meno, ovvero una sottrazione, un diminuendo ad esempio della voce ma anche dell’energia. Questa costante ricerca di sottrazione è, come dicevo, molto lieve, ma altrettanto potente.   
Quindi in una parola per Erika cosa è lo stile della leggerezza?
Sottrazione. Perché l’accumulo in realtà è un po’ una trappola. Quindi, anche in termini di stile personale, mi sto focalizzando su questo senso della sottrazione. Per fare un esempio nel mio lavoro, vuol dire centellinare gli elementi presenti, che sia una scena o un abito, con un gesto più sintetico, più efficace e che quindi non perde di potenza, perché non vuol dire che in questa sottrazione non esiste e non c’è niente. Del resto la sottrazione non è il minimo indispensabile, ma è l’esattezza della presenza degli elementi. 
 
Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo
 


 
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