Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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RITRATTI DI STILE > LA CREDIBILITÀ DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA

LA CREDIBILITÀ DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



28 Aprile 2014
 
LA CREDIBILITÀ DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Appena iniziamo l’intervista, Giuseppe Fontana, mi confessa “mi sono proprio divertito a raccontare Futura, non lo dico per piaggeria, lo penso sinceramente.”  Eh già perché proprio lui, Giuseppe, allo scoccare dei quarant’anni di quell’occhiale cult, Futura appunto, che negli anni ‘70 è stato addirittura indossato dal mitico Elton John, prende in mano la matita e plasma un oggetto in un personaggio protagonista di quattro tavole di un fumetto. Quel giovane illustratore, dal sangue partenopeo, ci spiega come alle prime bozze dei suoi disegni continuasse a mettere tutte le influenze dei cartoon della Disney, finché poi ha capito che aveva davanti un progetto in cui poteva mettere se stesso, il suo stile, poteva esprimere tutta la sua credibilità di professionista. Allora si è detto “ora sì che ci divertiamo.”  E così è stato per il nuovo ambassador dello stile della leggerezza.


Giuseppe come sei arrivato a fare il fumettista?
La mia è una storia intensa e tormentata, non perché la presa di coscienza sia arrivata all’improvviso, tutt’altro. Io questo mestiere l’ho sempre voluto fare proprio per la fascinazione che subivo dal disegno. Mio padre è orafo, quindi ho sempre avuto a che fare con la creazione, o meglio con la matericità. Così quando è stato il momento non ho avuto dubbi sul fatto di iscrivermi all’Istituto d’Arte e da lì, una volta diplomato, ho iniziato a lavorare a Napoli nella pubblicità. Poi le tappe successive sono state delle logiche conseguenze: ho fatto un corso di fumetto sempre a Napoli e poi uno stage in Germania. Tornato in Italia ho capito che non potevo perdere tempo e, da buon partenopeo, ho preso la valigia in mano e sono ripartito. Ho fatto l’ennesimo stage durato sei mesi e poi, quando mi stavano per assumere, arriva l’inaspettata notizia di accesso all’Accademia di Walt Disney. Immagina il bivio di fronte al quale mi sono trovato: far fruttare economicamente tutto il percorso svolto fino a quel momento oppure scommettere, senza garanzie, sull’avventura Disney. Ho scelto la seconda e mi ha portato bene.
Ho iniziato a lavorare con loro, poi i miei contatti si sono allargati e ora faccio fumetti, cartoni animati e tutto quello che abbia attinenza con questo settore. Come vedi il mio iter è stato molto intenso.
Sì però tu avevi parlato di un percorso anche tormentato. Mi sfugge questa parte.
In mezzo a tutti i miei stage e corsi, dovevo mantenermi e quindi facevo di tutto: operatore call center, imbianchino e poi anche traslocatore. Questa è la parte tormentata che mi portava a campare con pochi euro in tasca. Sei sempre in conflitto con te stesso, non sai se andare avanti oppure se fermarti. Quando fai fatica ad arrivare a fine mese sopraggiunge lo sconforto che ti conduce a metterti in discussione. Molte volte ho pensato di tornare giù a Napoli a lavorare in laboratorio con mio padre oppure di fare domanda in qualche ufficio postale. Ma, poi la vita è strana e ti mette alla prova. Così quando indossavo giacca, camicia e cravatta pronto per andare a fare qualche colloquio con curriculum alla mano, ecco che arrivava una grossa commessa. E via accantonavo il dubbio.
É stata la passione a spingerti ad andare avanti?
Penso che fosse la convinzione che se continuavo a credere in me stesso e in quello che facevo, prima o poi sarebbe giunto il momento in cui avrei visto concretizzare il mio sogno. E così è stato.
Quando è arrivata la svolta definitiva?
Nel 2007 con la prima commessa dall’America per il cartoon Wall-e. Lì tutto è cambiato. Ho iniziato a lavorare con un amico che aveva l’appalto del progetto. Lui era stretto con i tempi e mi aveva commissionato delle tavole da finalizzare. É stato molto divertente oltre che stimolante. Nottate in video conference ed io che non conoscevo l’inglese, ti lascio immaginare. Una vera sfida!
E poi cosa è successo?
Ho preso definitivamente coscienza di chi stavo diventando o comunque ho preso coscienza che forse stavo diventando un professionista. É una sensazione strana, perché arrivato a quel punto non avevo più pretesti per non proseguire. Ho cominciato a propormi per nuovi lavori. E poi le commesse sono arrivate molto più facilmente e molto più continue.

É corretto dire che alla base del tuo lavoro c’è un’attenta creazione di personalità che si concretizzano nei tuoi soggetti?
Creare mi sembra una responsabilità eccessiva, in verità mi sento più affine all’espressione ‘dare forma’ alle esigenze delle creazioni di altre persone. Forse il termine perfetto per definirmi è quello di modellatore, perché attraverso i miei disegni plasmo a 360° una personalità. Forgio prima il carattere e l’animo del soggetto per renderlo, quanto più possibile, eterno. E poi di conseguenza gli imprimo una forma a seconda del carattere che si è voluto sviluppare. Per darti un riferimento, nel personaggio Futura dovevo rappresentare, attraverso un soggetto, un oggetto, ovvero un occhiale che ha attraversato quarant’anni di storia, pur rimanendo sempre coerente a se stesso e senza mai adattarsi a mode e trend passeggeri. Quindi per me era importantissimo far emergere nell’aspetto fisico da una parte un animo forte e determinato per l’appunto, ma dall’altra anche quell’elemento d’indeterminatezza temporale proprio di Futura.
Nella realtà di oggi esiste Futura?
Sicuramente esiste il personaggio così come lo abbiamo pensato, altrimenti non sarebbe stato credibile. Mentre lo disegnavo pensavo spesso a Sharon Stone. In Basic Instict lei aveva quegli atteggiamenti di audace femminilità ma anche di essenziale a-temporalità che mi servivano per rendere più facilmente vivo il personaggio Futura. Questa forma mentis è propria della mia formazione grazie alla quale ho appreso che prima devo trovare e riconoscere il personaggio e solo dopo iniziare a disegnarlo. Per me è fondamentale ispirarmi a qualcuno che sia coerente a chi sto modellando in quel momento. Questo procedimento mi consente di dare quell’elemento di credibilità al soggetto che sto delineando. In caso contrario creerei qualcosa di fittizio e di artificioso, qualcosa o qualcuno che fa finta di essere, invece di un soggetto che è. Mi viene in mente uno scatto fotografico: se il soggetto fa finta di essere qualcuno e non di essere quel qualcuno, il risultato sarà la finzione.
E quindi il tuo stile della leggerezza è proprio questa costante ricerca di credibilità e veridicità?
Immagino di sì, ma prima ancora, c’è l’allegria. Io metto molti sorrisi in quello che faccio e infatti come puoi notare ho le rughe d’espressione proprio perché sorrido spesso. A Napoli si dice che scherzando si può dire la verità, quindi come vedi tutto torna. Uso l’allegria per essere credibile. E poi il sorriso, l’allegria in generale, è la migliore schermatura per approcciarsi a qualsiasi situazione. Forse sarà la mia radice napoletana, ma mi piace pensare di poter vivere tranquillo, di non dovermi preoccupare ogni istante di quello che succede, perché qualcosa prima o poi accadrà. Il miglior significato che do alla leggerezza è la tranquillità di essere.
Allora la tua ambizione, attraverso quello che fai, è quella di far sorridere?
Assolutamente sì, anche se a volte ambisco al noir, ma proprio non ci riesco. Mi affascinano quelle atmosfere un po’ uggiose che poi sono anche le forme più espressive, ma se vogliano scontate, per raccontare la sofferenza. Io mi ritrovo di più nello stile dei grandi comici teatrali che indossavano una maschera di comicità dietro la quale si celava tuttavia una profonda tristezza. Sai a volte il sorriso condensa la malinconia per quello che c’è stato e non c’è più. I periodi bui di cui ti raccontavo prima, io li ricordo con un sorriso nostalgico in realtà. Perché alla fine mi sono divertito, ho conosciuto tanta gente ed ho fatto molte esperienze. I viaggi all’estero con pochi soldi per una settimana, sono sofferti ma anche divertenti perché poi ti mettono in situazioni assurde e paradossali, come andare a Londra e sapere che dall’aeroporto al centro città ci sono 50 km, ma tu non avevi considerato il bus a 20 sterline e questo può essere un problema. Però ci ridi su e vai avanti. Ti ripeti “no panic, in qualche modo faremo!”


Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo


 
 


 
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