Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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L'OSSERVAZIONE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



10 Ottobre 2017
 
L'OSSERVAZIONE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Lui di certezze ne ha avute sempre poche, sarà per la sua natura un po’ nomade, tranne una, che voleva fare l’attore e lavorare nel mondo del musical. E così è stato, perché il nuovo litestyler, Giuseppe Verzicco, a 25 anni raggiunge il suo obiettivo: “interpretare il primo ruolo cantato”. Coglie l’occasione di una produzione in stile Broadway in Italia e interpreta il giovane personaggio maschile, Sky, nel musical icona ‘Mamma Mia’! Lì comprende “come si fa questo mestiere, o meglio, come si fa al di fuori del nostro paese”. Già perché in Italia fare teatro, e il musical in particolare, non è proprio una passeggiata di salute. Un sistema, quello teatrale, dominato ancora dal fare clamore più che dal costruire talento attraverso la collaborazione. Ma è un mondo dove avanza pure il nuovo, un fermento di giovani talentuosi capaci di sperimentare e fare innovazione. Del resto, chi vive nel Bel Paese ha una naturale propensione a raccontare meglio di altri la bellezza. E lui, Giuseppe, che desidera esprimersi attraverso i personaggi che interpreta, anche se distanti da lui come l’attuale ruolo di Tony Manero ne ‘La Febbre del Sabato Sera’, ricerca l’alchimia attraverso l’osservazione e l’ascolto. È in quei momenti di studio che diventa leggero, perché comincia a muoversi attorno al personaggio non per riprodurlo, ma per capire come ragiona. Allora agisce come il personaggio e tutto diventa sospensione.     

Come nasce il personaggio Giuseppe Verzicco, quello sotto i riflettori del teatro?
Mi avvicino al teatro come qualsiasi ragazzino appartenente a una famiglia ‘normale’ che frequenta la Chiesa nella quale si organizzano recite, feste di ferragosto e campi scuola. Con il palcoscenico occupavo il mio tempo, quello di un adolescente. Poi, a un certo punto, l’hobby di brigare sulla scena è diventato una cosa seria tanto che, complice una certa semplicità di linguaggio scenico, ho deciso di iniziare a studiare anche altre discipline legate al teatro. Un giorno però una persona mi ha detto “tu reciti bene, canti bene, non è che ti piacerebbe fare musical?” Solo che avrei dovuto imparare a danzare. Avevo 15 anni ed ho pensato “dai andiamo a vedere!” E così è successo che ho cominciato a intraprendere un percorso di formazione nella scuola “Meeting Dance” della mia città, Trani, con tre insegnati che in breve sono diventati i miei angeli custodi, Nico Carlucci, Katia Sallustio e Rosellina Goffredo. È iniziato così, tutto per gioco e per curiosità.

E poi com’è proseguito il tuo percorso di musical performer?
Ho fatto un provino a Milano all’Accademia MTS Musical School, diretta da Simone Nardini che mi ha dato da subito molta fiducia. E non è un caso che oggi collaboro con questa realtà in qualità di insegnante in alcuni laboratori rivolti ai ragazzi che la frequentano. Insomma mi sono trasformato da allievo a docente del team, acquisendo una posizione diversa. Secondo me la cosa bella di quando fai un lavoro è saperlo raccontare perché lo vivi in prima persona. Essendo stato dall’altra parte della barricata, riesco a capire il punto di vista dei ragazzi e loro si sentono compresi. Pertanto i consigli che do loro sono molto più diretti rispetto a quelli di una persona che in realtà su un palcoscenico a fare le stesse cose non c’è mai salita davvero. Credo che questo sia uno degli anelli deboli del sistema musical in Italia, nonostante, dal ‘96 a oggi, sia un mercato cresciuto in maniera incredibile, mancano figure professionali che sappiano fare concretamente questo lavoro al di là dello stare sul palco a fare l’interprete. Fare musical è diverso dal fare un balletto oppure un concerto o una prosa. Implica miscelare tutte queste competenze in una sola competenza, il cui risultato è più delle singole specificità. È molto complesso. Fino a ieri c’era un gruppo di persone che, non avendo mai fatto musical, ha cercato di copiare dai paesi anglosassoni o più superficialmente ha continuato a fare musical come se fosse “commedia musicale”. Ma a mio parere è tutto molto diverso c’è bisogno di differenti competenze. Oggi però in Italia, in alcuni casi, cominciamo ad avere tutti gli strumenti per sapere cosa potrebbe servire o non servire in questo segmento dell’entertainment ma purtroppo ci sono ancora produzioni che non supportano le idee o gli allestimenti per paura di fallire o semplicemente per non rischiare. Insomma non è facile ma io faccio il mio mestiere che è quello dell’attore e lascio queste considerazioni a chi di dovere, anche se ho idee molto chiare in merito.

In Italia qual è la piazza più fertile per il mercato del musical?
La città migliore, senza ombra di dubbio, è Milano, perché è quella che, dal mio punto di vista, rende concreto il desiderio. Se tu hai la volontà, la curiosità e il coraggio di fare qualcosa, Milano è la città che concretizza.
 
È a Milano che hai ottenuto il tuo primo ruolo importante in un musical?

Sì. Io mi ero posto degli obiettivi, ovvero che a 25 anni avrei interpretato il mio primo ruolo cantato, in caso contrario sarei tornato a casa. E a 25 anni si è presentata la grande occasione, interpretare Sky, il ragazzo promesso sposo in Mamma Mia!. E’ stata un’esperienza incredibile, non solo per il personaggio in sé, ma anche perché ho avuto modo di partecipare a questa colossale produzione di una vera e propria multinazionale americana, la Stage Entertainment, che sbarca in Italia, proprio a Milano, e porta Broadway. Ecco lì ho avuto la sensazione di svoltare, anche se poi le cose non sono andate precisamente come ci saremmo aspettati tutti, ma ho avuto la possibilità di capire come si fa questo mestiere, o meglio, come si fa al di fuori del nostro paese.

Come mai questo grande progetto internazionale non ha funzionato?
Credo che le motivazioni siano state essenzialmente due. Una legata alle tempistiche. Forse Broadway in Italia è arrivata nel momento sbagliato, perché si stava già parlando di crisi, e innovare in un mercato in piena stagnazione, non ti consente di partire con i migliori presupposti. Ma dall’altra penso che la difficoltà maggiore sia stata la consolidata tradizione del teatro italiano. Qui esistono tante piccole realtà e identità che, giorno dopo giorno, cercano di portarsi a casa il pane puntando magari troppo sul fare clamore che sul generare talento. Quindi si inseguono escamotage per attirare pubblico, come ad esempio quello di mettere un VIP in uno spettacolo oppure di azzeccare il titolo giusto. Tuttavia credo che la questione sia un'altra. Se vogliamo far crescere un sistema, anche quello teatrale, è necessario poter collaborare, invece che generare reciproci ostacoli. Tutti vogliono controllare tutto. Il risultato però è che ti trovi a far parte di un meccanismo nel quale, a un certo punto, si inizia a dire “tanto ha sempre funzionato così!” Io allora rispondo semplicemente, “ma proviamoci!”

E cos’altro non funziona, secondo te, nel sistema teatro?
Mi piacerebbe dire cosa al contrario funziona. Perché in questo vortice di macchinoso controllo, esiste anche un vitale fermento di gente la quale sente l’esigenza di raccontare. In Italia, dal punto di vista artistico, c’è tantissimo talento. Noi, più di altri, siamo naturalmente portati a volerci esprimere perché viviamo nel “Bel Paese”. Chi, come l’italiano, è educato alla bellezza desidera raccontare al meglio la bellezza. In tutto ciò quindi c’è un mercato di giovani che sperimentano impegnandosi, che costruiscono la propria carriera cercando l’alternativa, che si trasformano grazie a nuovi stimoli. Esistono scuole che stanno investendo sul talento. Di fronte a questo fermento posso solo augurarmi che il teatro venga guarito da questa nuova cultura emergente.

Quale personaggio ti ha permesso di esprimerti più pienamente?
Non direi quale personaggio inteso come ruolo ma quale attore mi ha concesso di interpretare più ruoli per esprimermi al meglio. Questo attore è senza dubbio John Travolta prima con Danny Zuko e poi con Tony Manero. Lui mi ha segnato, forse anche per l’immaginario che è riuscito a costruire di sé attraverso i grandi cult di ‘Grease’ e ‘La febbre del sabato sera’. Credo che lui stesso non si fosse reso conto, all’inizio, di quanto avrebbe segnato la cultura popolare e il mondo dell’entertainment. Del resto ai tempi era un ragazzo normalissimo che rappresentava lo specchio di una realtà, affrontando tematiche generazionali molto profonde. Quindi, interpretare Tony Manero ne ‘La febbre del sabato sera’ mi rende estremamente orgoglioso, nonostante io e il personaggio siamo agli antipodi. Io ad esempio non amo andare in discoteca così come non adoro esibirmi per liberarmi delle costrizioni. Tuttavia, nonostante questa distanza, sento quel qualcosa che ci lega profondamente, un’alchimia che poi la gente mi riconosce nel personaggio.

Il personaggio che vorresti interpretare e non hai ancora interpretato?
Jerry Mulligan in ‘Un Americano a Parigi’ ruolo che fu di Jene Kelly. Per me sarebbe un sogno. Mi manca qualche ruolo di quel tipo, per intenderci proprio uno di quei classici spettacoli che oggi a detta di alcuni produttori sarebbero poco da cartellone.  

E allora quali sono le componenti che rendono uno spettacolo perfetto agli occhi del pubblico?
Ciò che può fare la differenza a lungo termine è il cast. Magari all’inizio puoi anche entusiasmare con un titolo, ma se non hai un grande cast al quale piace quello che sta facendo, non riesci a durare più di tre o quattro mesi. Fare otto spettacoli a settimana per mesi e mesi è faticoso e se in scena non hai persone preparate in grado di reggere ritmi di quel tipo e di sostenersi a vicenda, non puoi fare la differenza.

Come ti prepari a un personaggio?
Mi verrebbe da dire con leggerezza. Perché quando affronto un ruolo e quindi lo studio a casa, mi metto in una posizione di osservazione e ascolto. È come se osservassi un fiore, muovendomi attorno allo stesso per cercare di capire come funziona quel fiore, come vive. Non voglio capire cosa è, perché non voglio riprodurlo. Se capisco come funziona, come vive e quindi come ragiona, inizio ad agire proprio come il fiore. Lì sono letteralmente leggero. E poi mi appesantisco, perché nella fase di produzione dello spettacolo, devo anche confrontarmi con tutta una serie di problemi e difficoltà, non legate necessariamente al personaggio che interpreto. Ma appena vado in scena, dopo il primo passo sul palcoscenico, ridivento nuovamente leggero. È una sensazione inspiegabile. È come quando un danzatore sta facendo delle pirouette, pensa di farne un paio e poi scopre che è così tanto in asse che potrebbe proseguire all’infinito. È un momento di sospensione.

 
Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo
 


 
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