Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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RITRATTI DI STILE > L'ECLETTISMO DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA

L'ECLETTISMO DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



22 Novembre 2016
 
L'ECLETTISMO DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Persona di grande passione e curiosità, la nostra nuova litestyler si definisce tra le righe, con del sano humor inglese tipicamente alassino, una “pazza schizofrenica”. Ma, in verità la sua energia è eclettismo e poliedricità. Infatti lei, Alessandra Ricci passa dalla ricerca finanziaria con il pallino per l’eccellenza e l’innovazione artigianale del saper fare, all’insegnamento accademico in turismo culturale, fino a concretizzare la sua idea di far impresa con il progetto Kahuna Project, attraverso il quale vuole far rivivere un’intuizione futurista, creando la più grande galleria vivente di opere d’arte per mezzo di t-shirt d’autore.  Al centro del suo far impresa, il manufatto, per il quale lei non cerca compromessi. Tutto deve essere di qualità perché è così che si crea valore. Una ricerca quasi maniacale, in cui Alessandra fa convertire tre pilastri fondamentali della sua evoluzione professionale: l’amore per l’arte che deve essere accessibile, l’attenzione per l’ambiente che va custodito e il suo credo per l’eccellenza artigianale che crea benessere. Certo questa visione necessita di maggior tempo (e infatti lei si sta attrezzando affinché la sua giornata non duri solo 24 ore) e di una buona dose di impegno, ma a questo la nostra ambasciatrice è abituata. Non è un caso che da figlia d’arte di chi ha saputo costruire il vero senso dell’informazione, abbia ereditato la virtù per l’intuizione, ma allo stesso tempo un cognome che a prima vista sembrerebbe un utile biglietto da visita, ma che, in molte circostanze, si è dimostrato uno scoglio che non le ha regalato nessun traguardo ottenuto. Sarà per questo che Alessandra ha potuto sviluppare nel tempo quella sana leggerezza che, nel suo caso, si riassume con la capacità di affrontare le sfide con distacco ma soprattutto con il sorriso. 

 
Da cosa nasce questa tua attitudine all’eclettismo?
Credo dal fatto di essere una persona molto curiosa. Ho sempre bisogno di fare cose nuove proprio per cercare di placare la mia curiosità. Ed è grazie ad essa che negli anni mi sono misurata e sperimentata in differenti ambiti. Sono passata dalla finanza, all’imprenditoria, dall’arte fino all’insegnamento accademico.
 
Andiamo per ordine, nell’ambito della finanza di cosa ti sei occupata precisamente?
Ho fatto ricerca per tre anni in ambito accademico su tematiche inerenti la sostenibilità e il valore. Grazie all’arrivo di alcuni committenti, abbiamo potuto applicare queste aree di studio a settori quali l’alto di gamma e, successivamente, l’artigianato di eccellenza. Ora la mia attività di ricercatrice è focalizzata proprio su quest’ultimo, nell’ambito del management e dell’innovazione. 
 
Come si sviluppa la tua passione per la finanza?  
Nasce del tutto per caso. Un mio professore della triennale e, successivamente, mio mentore accademico, venne ad ascoltare la discussione della mia tesi specialistica. A quel tempo lui, col suo centro di ricerca, stava lavorando sull’alto di gamma. Per pura coincidenza anche la mia tesi toccava quell’ambito. Subito dopo la proclamazione mi disse che voleva vedermi in ufficio. Mi ha preso a lavorare immediatamente. Nel centro di ricerca mi sono dovuta adattare, avevo sì studiato economia, ma più legata al marketing e alla comunicazione, così, ho dovuto ristudiare e approfondire tutto quello che avevo precedentemente appreso sulla finanza. A quell’epoca mai avrei pensato di lavorare in Università o di fare un Dottorato.

E come si racconta la finanza, dal tuo punto di vista?
Lo si fa come lo farebbe uno che fa comunicazione. C’è un lavoro di vera e propria revisione a partire dagli strumenti e dai supporti che vengono utilizzati quando si condividono i dati finanziari. Quando si parla di alto di gamma o di artigianato d’eccellenza bisogna essere assolutamente multidisciplinari, includendo quei fattori che non si riducono solo a indici o numeri, ma che attengono prevalentemente a fattori umani. Si deve tornare a raccontare tutta una cultura, che alla fine è la cultura italiana, per certi versi scivolata un po’ nell’oblio, che è quella del saper fare. Il settore dell’artigianato di eccellenza è in grado di generare indotto economico e, soprattutto, è in grado di creare nuovi posti di lavoro. La ricerca “Costruttori di valore” della Fondazione Cologni lo dimostra ampiamente. Alla base della creazione di valore c’è l’homo faber con il suo manufatto, non la finanza. Essa, piuttosto, diventa lo strumento indispensabile per comunicare il vero valore economico di questi mestieri.
 
Prima parlavi dell’innovazione. Cosa vuol dire secondo te “artigianalmente” parlando, saper fare innovazione?
Saper fare innovazione vuol dire sapersi rinnovare costantemente non ignorando l’evoluzione tecnologica, ci sono moltissimi strumenti, come banalmente il web, che possono aiutare il lavoro di artigiani di eccellenza che fanno manufatti sopraffini. Internet ormai è uno strumento che può permettere soprattutto a realtà così piccole di essere comunicate e internazionalizzate.   
   


Dalla finanza compi poi il passo all’imprenditoria vera e propria con il progetto artistico Kahuna Project. Di cosa si tratta?
Con questo mio progetto imprenditoriale sono in piena fase di re-start. A inizio 2017 avrà una veste nuova e, giusto per rimanere in tema, sarà anche più innovativa. Il progetto, che nasce con una t-shirt “opera d’arte”, mirerà in futuro a divenire una sorta di palestra per talenti artistici che entrano in connessione tra di loro e di cui la maglia rimarrà comunque il principale veicolo di comunicazione. Il primo obiettivo, quando è nata l’idea, era quello di costruire la più grande galleria d’arte vivente. Un’intuizione non nuova per certi versi, in quanto si rifaceva a un concetto futurista già esistente, ma comunque statico. Io invece volevo che, indossando la t-shirt, si portasse l’opera d’arte nelle strade rendendola viva. Per me questo è un modo di dar vita all’opera d’arte. 
 
Nel tempo, tra l’altro, Kahuna Project ha avuto anche delle felici intese con altre iniziative, come quella ‘North Korea’. Come nasce questa collaborazione?
Attraverso un giro di telefonate di amici di amici vengo contattata da Max Papeschi, il quale mi presenta il suo progetto artistico-satirico Welcome to North Korea. Era ancora in fase embrionale, parliamo ormai di più di un anno fa. Io sono rimasta entusiasta, Kahuna Project doveva assolutamente partecipare diventando partner, così abbiamo cominciato con la realizzazione di un pupazzo e della prima linea di t-shirt. Da lì è partito tutto e il progetto si è evoluto con un tour in giro per l’Italia riscuotendo grande successo sia in termini di comunicazione che di pubblico. 
 
Questa collaborazione come ha valorizzato il tuo progetto imprenditoriale?
È stata un’operazione che mi ha consentito di aprirmi anche a nuovi prodotti, oltre alle t-shirt, che ho iniziato a includere nel mio progetto imprenditoriale, come ad esempio suppellettili e pupazzi. Ovviamente questo allargamento ha amplificato ulteriormente la mia maniacalità nei confronti del manufatto. Finché si può, deve essere tutto made in Italy, in caso non possa esserlo al 100%,  devono essere prodotti assolutamente certificati e di alta qualità. I pupazzi sono cuciti e riempiti tutti a mano da una signora che fa la sarta, vicino a Milano, le serigrafie devono utilizzare gli inchiostri ad acqua in modo da ridurre l’impatto sull’ambiente, il packaging delle t-shirt è un sacchetto di cotone estremamente versatile e, così, riutilizzabile. Ultimamente mi sto dedicando a trovare soluzioni adeguate per ridurre allo stretto necessario, se non togliere del tutto, l’utilizzo di materie plastiche.
 
Potremmo definire il tuo, un progetto imprenditoriale etico.
E’ proprio così. All’inizio mi ero confrontata con persone che lavorano nel campo della moda, che mi continuavano a dire che era impossibile riuscire a coniugare tutti questi elementi in prodotti comunque associabili al mondo fashion, campo nel quale io comunque sconfino. Io sono più che convinta che anche il settore della moda possa essere sostenibile. Naturalmente questo comporta il non fare concessioni né tanto meno scendere a compromessi. I costi sono diversi ma lo è anche l’approccio etico applicato alla produzione del manufatto. Ho cercato di mantenere il progetto al top del suo potenziale, puntando a un prezzo che, vista l’elevata qualità del prodotto sia in termini di manufatto che artistici, fosse comunque abbordabile; questo è stato possibile, soprattutto, riducendo il mark up. Il fine ultimo di Kahuna Project è che i prodotti siano accessibili a molti per essere indossati e dar luogo alla famosa galleria vivente, riportando l’arte nelle strade.  
 
Qualcos’altro da aggiungere alla lista dei tuoi campi di espressione?
A parte quello dell’insegnamento come cultore della materia alla cattedra di Turismo Culturale e Sviluppo del Territorio alla Cattolica di Milano, c’è la realtà alassina e, quindi, l’amore per la mia terra.  La mia famiglia, insieme a una cordata di amici, nel 2006 ha acquistato all’asta giudiziaria il complesso di Villa della Pergola, in completo stato di abbandono e degrado, salvando così le ville storiche e il parco da una speculazione edilizia certa. Volevamo salvaguardare uno degli ultimi  spazi rimasti non cementificati del territorio e restituirlo alla comunità. Dopo la ristrutturazione conservativa e la ricostruzione storica le ville sono state finalmente restituite al pubblico sotto forma di relais. Il parco, di 22mila metri quadrati ospita importanti collezioni botaniche come quella dei glicini, con oltre 28 varietà, e una collezione botanica unica in Europa con più di 400 varietà di agapanti. I giardini sono visitabili con tour guidati e fanno parte del network di Grandi Giardini Italiani. Quest’anno ad aprile ha aperto il ristorante NOVE dove la cucina ligure, rivisitata in chiave contemporanea, e i prodotti del territorio sono i veri protagonisti. Abbiamo avuto un grandissimo successo e, grazie alla collaborazione con lo chef Giorgio Servetto, abbiamo ottenuto due forchette dalla guida Gambero Rosso e due cappelli dalla Guida dell’Espresso, risultando tra i primi 150 ristoranti a livello nazionale. 
 
Sembrerà banale chiedertelo, ma visto il tuo eclettismo, non mi resta che chiederti quale sia il tuo stile della leggerezza? 
Io non sono leggera, sono estremamente materica, pesante. Per me la leggerezza è uno status mentale, nasce dalla mia curiosità che mi spinge a misurarmi in campi diversi, pur mantenendo quell’attitudine di non prendermi mai troppo sul serio. In caso contrario il rischio è quello di cadere in un impasse di autoreferenzialità e così anche una piccola sfida diventa un muro insormontabile. Un po’ come questo occhiale che indosso, proprio perché leggero, quasi invisibile, non crea separazione, non crea muri e divisioni. Nel mio caso poi, prenderla con leggerezza, non vuol dire essere frivola, ma significa riuscire ad affrontare le sfide sempre con il sorriso.

Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo
Special thanks to: Galleria Glauco Cavaciuti
 


 
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