Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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L'ATTITUDINE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



18 Ottobre 2016
 
L'ATTITUDINE DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Uno scienziato è sempre uno scienziato, quindi tranne che non sia Einstein, si tenderà a percepirlo come una persona noiosa al punto da evitarla proprio per non annoiarsi a sentir parlare di cose astruse e astratte perché incomprensibili. Poi però capita, come in questo caso, che conosci uno scienziato che di fatto non lo è o che, meglio ancora, ribalta ogni prospettiva proprio come la teoria della relatività. Ed ecco che appare un mondo, quello di Luca Perri, nuovo litestyler e giovane astrofisico di soli trent’anni ma con all’attivo iniziative che farebbero invidia a chiunque, che con la sua visione leggera, in quanto ironica e appassionata, sopprime ogni credenza sulla nebulosità della scienza e di chi vi opera. Inizia a raccontarti una storia che è ben diversa da ciò che siamo abituati a immaginare sugli scienziati in generale e sugli astrofisici in particolare. E di come essi siano infondo dei bambinoni che giocano con la complessità dell’universo, non per giungere a delle risposte assolute, ma per il piacere e la passione di contribuire a cambiare il mondo e a renderlo un posto migliore. E con assoluta disinvoltura, tipica di chi sa usare la divulgazione come strumento di informazione, quello stesso giovane scienziato, come se stesse raccontando la storia di Topolino a fumetti, riesce anche a rendere concreto un tema così astruso come il bosone di Higgs e a fartene comprendere l’importanza. Ma del resto è questa la sua abilità, tradurre argomenti seri in un modo che siano il più possibile divertenti e che riescano a coinvolgere le persone. Ed è con questo spirito che fonda, con un suo collega sognatore, gli Scienziati Squilibrati, la cui unica missione è coinvolgere il pubblico, soprattutto i giovani, alleggerendo dei temi, come la scienza e la fisica per l’appunto, che di solito vengono trattati in modo molto serio. La sua arma? L’ironia e il sarcasmo perché, come dice lui, “non riesco mai a stare serio”, un’attitudine questa che trova ispirazione nel suo modello di riferimento, il dissacrante e folle Richard Feynman, uno dei padri della fisica quantistica, Premio Nobel e suonatore di bonghi. 


Come è nata la tua passione per la scienza e in particolare per l’astrofisica?
Ci tengo prima di tutto a precisare che sono tutti paroloni, ma che in verità il 99% degli astrofisici, come me, sono solo dei bambini non cresciuti, degli eterni sognatori. Ma credo che sia proprio quel sognare che ci consente di vedere quello che facciamo come un grande gioco. È con questa visione che noi poi superiamo i momenti difficili nei quali ci scontriamo con cose complicate che non sono subito comprensibili e che generano quindi un insieme di dubbi. Ecco quindi svelato il mio segreto sulla mia passione per la scienza, essendo un eterno bambinone, volevo un campo di espressione che mi consentisse di continuare a giocare, ma, invece dei lego, gioco a costruire dei telescopi che alla fine sono un grosso meccano, quindi non è molto diverso. Fin da bambino, guardando il cielo mi appassionavo e mi ripetevo che volevo fare l’astronauta. Poi, piano piano, scendi a patti con la realtà e capisci che fare l’astronauta è un po’ troppo difficile e allora ho spostato le mie aspettative preferendo la professione di astrofisico. Del resto visto il mio contesto familiare, credo che fosse la decisione più naturale. Mia madre insegna fisica e quindi sono cresciuto in una casa piena di libri che ne parlavano, ma con una percezione differente da quella che normalmente viene trasmessa a scuola, ovvero di una materia astratta. Per me invece erano fenomeni che accadevano ogni giorno. Quando integri così profondamente la fisica nel tuo quotidiano quello che succede è che se cade qualcosa, chiunque dirà “è caduto!”, io invece, fin da bambino, mi domandavo “ma perché è caduto in quel modo e non in un altro?”. È evidente che se il bambino, in questo caso io, continua a chiedere il perché delle cose, dall’altra parte deve esserci una persona che sia in grado di spiegarlo facendolo appassionare. In questo mia madre è stata molto abile, al punto che, quando ho dovuto imparare la fisica a scuola, a differenza dei miei compagni, era tutto naturale e semplice. Da lì il passo è stato breve. Quando ho scelto la carriera universitaria c’erano diverse opzioni, però la fisica mi sembrava quella in cui mi sarei potuto esprimere pienamente e, dato che sono un bambino che quando guarda le stelle si commuove, ho scelto l’indirizzo di astrofisica.
 
E quindi per questa tua educazione familiare che hai deciso di impegnarti nella divulgazione scientifica soprattutto ai giovani?
Einstein diceva che si capisce veramente qualcosa quando la si riesce a spiegare alla nonna. Il che vuol dire che la si semplifica, senza per questo snaturarla. In questo senso, l’essenzialità divulgativa ha un duplice significato. Il primo è che, se si riesce in questo intento, vuol dire che chi spiega qualcosa l’ha capita veramente bene. Ma soprattutto riesci ad appassionare chi ti ascolta. Quando mi arrivano le scolaresche, normalmente queste hanno un odio atavico per la fisica e di solito anche per la matematica. Spesso i ragazzi sono totalmente disinteressati all’argomento, e ciò è generalmente legato al modo in cui viene insegnata questa materia. Quando invece si riesce a far capire loro che queste formule non sono altro che un modo, un linguaggio, per descrivere fenomeni che ci capitano attorno quotidianamente, di solito iniziano a vederla con tutt’altro occhio. Il punto è che, per far sì che ciò avvenga, devono poterti seguire, altrimenti rimangono barricati dietro la loro convinzione. Il metodo che ho trovato io è quello di cercare di rendere tutto un gioco il più divertente possibile. Se tu riesci a far ridere una persona, riesci a farti seguire, ma se tu riesci a farla ridere su delle cose che poi scopre essere anche interessanti, allora hai più che vinto. La missione è compiuta. Mi piace dire che non c’è cosa più seria di una che faccia ridere. Del resto il motivo per cui noi scienziati facciamo quello che facciamo è la passione. E visto che noi vediamo tutto come un grande gioco, se riusciamo a far entusiasmare, non necessariamente a far ridere, delle altre persone, questo fa sì che esse possano capire il motivo per cui noi lo facciamo. Questo fattore, in una società come quella italiana, che di solito mette molto in disparte gli investimenti in scienza e ricerca, è fondamentale.
 
È con questo intento che nasce il tuo progetto Scienziati Squilibrati?
Esattamente. Noi spieghiamo a tutte le generazioni possibili, ma in particolare alle nuove, l’importanza dell’investire in ricerca e in scienza, sperando che le generazioni siano dalla nostra parte nel richiedere un sostentamento maggiore per la ricerca che in verità va a vantaggio di tutti. Quello che la gente di solito non coglie, spesso per responsabilità di noi ricercatori, è che se io studio un particolare telescopio per lo spazio questi miei studi avranno delle ricadute tecnologiche inaspettate, perché da quello specifico telescopio salterà fuori, per esempio, un metodo per studiare i vulcani e prevedere future eruzioni. È evidente che da questo punto di vista la cosa assume un’importanza totalmente diversa. Ad esempio, dal programma Apollo con cui l’America è giunta sulla Luna, sono arrivate miriadi di innovazioni successive, dalle gomme da masticare al fluoro al telefonino. Oppure basti pensare al bosone di Higgs, di cui molti ancora oggi si chiedono perché mai se ne debbano interessare. Peccato che dalle ricerche sulla fisica delle particelle, abbiamo avuto in eredità la PET, la TAC, le cure adroniche per i tumori, così come il touchscreen e il fotovoltaico. Tutte cose che arrivano dalla ricerca di base. Quindi, il messaggio che tento di far passare è che quando si ricerca qualcosa nella scienza, di solito si arriva a tutta una serie di benefici, neanche immaginabili all’inizio, che sono per tutti. Certo ci vuole pazienza, perché le ricadute sono sempre a lungo termine e di solito ne beneficiano le generazioni successive. Insomma è un investimento che la società fa su se stessa per chi ci sarà dopo. Questo è il motivo per cui la divulgazione scientifica per me non è solo un piacere, ma anche un dovere di spiegare ai cittadini dove finiscono i loro contributi. 

Tra l’altro il tuo impegno non è solo in termini divulgativi ma c’è anche una vera e proprio missione di informazione su quella che tu definisci la “falsa scienza”. Cosa intendi?
Quando parliamo di falsa scienza, ci riferiamo a tutta una serie di ricerche, che poi non sono ricerche, o di messaggi che vengono dati alla società con l’obiettivo finale, nella maggior parte dei casi, di lucrarci sopra o comunque di ingannare su larga scala di modo da averne un ritorno. Mi riferisco a tutta quella serie di credenze o notizie, che tra l’altro grazie ai social trovano ampio spazio, che potremmo definire ‘bufale scientifiche’ le quali vengono ammantate di serietà solo perché legate alla premessa ‘uno studio scientifico dice che…’. Quindi, lo studio scientifico dice che, ad esempio, l’uomo pelato è più seducente di quello con i capelli. Il punto è che, fintanto che l’argomento è veramente ‘l’uomo pelato è più sexy’, è un conto perché si prende in giro la gente non avendo alcune prove per stabilirlo ma senza ricadute drastiche; ma nel momento in cui si costruisce un’intera industria farmacologica su questi presupposti allora non si tratta più di ingannare le persone ma di manipolarle a scopo di lucro. Questi tipi di false notizie scientifiche hanno ricadute, in alcuni casi, anche drammatiche. Il calo delle vaccinazioni ne è un esempio lampante.
 
Insomma, impegno, ironia e passione. È questo per te lo stile della leggerezza?
Dal mio punto di vista la leggerezza è prima di tutto un’attitudine mentale a relazionarsi con temi complessi. Ad esempio nel mio caso non credo che riuscirei a indagare l’universo senza percepirlo come una grande settimana enigmistica. Poi magari alla risposta non si arriva lo stesso, perché se avessimo tutte le risposte ogni volta che le cerchiamo avremmo finito di fare scienza, però quanto meno la ricerca di questa risposta non è solo fatica e dolore, c’è anche la passione e la passione arriva vedendo l’universo e la vita stessa come un argomento su cui si può essere leggeri.

Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo

 
 


 
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