Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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L'ACCESSIBILITÀ DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



21 Giugno 2016
 
L'ACCESSIBILITÀ DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Se avesse potuto sarebbe diventato un artista, uno di quelli con la A maiuscola. Tipo il nuovo artista contemporaneo di cui parlano tutte le riviste di arte, piuttosto che un musicista importante, vista anche la lunga tradizione della sua famiglia che ha generato differenti giovani talenti musicali. E invece lui, Federico Poletti, di origine ligure e di passaggio pisano (a Pisa frequenta Beni Culturali), sente di poter essere a suo agio solo in una dimensione metropolitana, al punto da fuggire dal mare per approdare nella grande mela italiana, Milano. Del resto, per sua stessa ammissione, “ho sempre saputo che sarei finito qui. È così è stato. La moda catalizza da subito la sua attenzione e intraprende numerose collaborazioni con magazine nazionali e internazionali, finché un giorno la sua profonda sensibilità, un’indomita curiosità e la necessità di sperimentare lo portano a immaginare di poter costruire qualcosa di diverso, un progetto editoriale innovativo, per l’appunto, che gli consentisse di rappresentare in modo differente il mondo maschile.  Dal suo ingegno nasce Manintown, di cui è direttore editoriale, una piattaforma di creative collector, dove si ritrovano persone con punti di vista differenti e da tanti paesi diversi a parlare di interessi più o meno comuni, primo fra tutti il litestyle maschile, raccontato nelle sue differenti dimensioni. E così Federico da artista che voleva essere, attraverso un proprio canale espressivo, si trasforma in un connettore di una moltitudine di esperienze che convergono nel dare una rappresentazione accessibile ma allo stesso tempo variegata dell’uomo cosmopolita. 
 
Come nasce l’idea di Manintown?
Nasce dal confronto con altri addetti di settore e da una medesima riflessione, ovvero che, a differenza del mondo femminile, mancassero testate di litestyle rivolte all’universo maschile. Da lì, due anni fa, è nata l’idea. Dopo tanti anni di collaborazioni editoriali che ancora continuo con diversi magazine italiani e stranieri, mi sono detto “perché non fare un progetto mio?” Volevo un magazine che potesse essere una diversa rappresentazione dell’uomo cittadino del mondo, ovvero che viaggia e che segue le proprie passioni. Ed ecco nascere Manintown, un’espressione non della moda tout-court ma una visione del concetto di litestyle applicato al mondo maschile, in cui diversi personaggi, provenienti da differenti realtà, come ad esempio musica e food, raccontassero le loro esperienze, rendendole accessibili all’utente cui mi volevo rivolgere. 
 
Dal tuo punto di vista, da cosa dipende il fatto che lo stile maschile, almeno fino ad oggi, abbia avuto un risalto inferiore rispetto a quello femminile?
La premessa d’obbligo è che sicuramente la mia realtà di Manintown non è la sola che si occupa di questo argomento, infatti in Italia ci sono almeno altri tre o quattro magazine, alcuni dei quali anche con una lunga storia nel settore, come Vogue Uomo, tanto per citarne uno. Certo rispetto al panorama femminile dove hai cinquanta testate, è evidente che esista una sproporzione importante tra i due mondi. Credo che questo sbilanciamento consistente, almeno dalla nostra esperienza e da quanto abbiamo potuto riscontrare concretamente, dipenda dal fatto che per l’uomo la moda non sia il suo interesse principale, forse perché vive in relazione ad essa un coinvolgimento meno emotivo rispetto alla donna, e quindi è difficilissimo attirare la sua attenzione sull’argomento. Diciamo che oggi, anche se il consumatore maschile è molto più educato rispetto al concetto dello stile, dato anche il crescente coinvolgimento della donna negli acquisti del proprio compagno, ha voglia di parlare di altri tipi di passioni. Ecco perché nella creazione del contenuto del mio magazine, punto su argomentazioni differenti, proprio perché il mio obiettivo è quello di interloquire con un pubblico diverso dalla piccola rappresentanza maschile dei fashionisti e dei fashion addicted. Il mio focus è generare contenuto per un uomo che magari ha anche la necessità di vestirsi in un certo modo, dato il ruolo sociale e professionale che ricopre, ma per il quale la moda non rappresenta il suo unico mondo espressivo e la cui identità è strutturata su passioni diverse. Non è un caso, infatti, che magazine maschili molto specialistici si stiano spostando da un certo tipo di settorialità, come i motori e la tecnologia, verso argomenti più eterogenei, includendo, perché no, anche consigli di stile. Credo che ci stia rendendo conto che l’universo maschile sia più variegato di quanto si potesse immaginare in precedenza.

A proposito di stile maschile, come si esprime in esso la leggerezza dell’uomo?
Penso che nell’uomo i bisogni relativi allo stile siano molto più primari e più facilmente accessibili di quelli femminili, nel senso che già con un jeans e una bella camicia lui si sente a suo agio. È meno propenso a particolari novità o trend, magari può essere attirato dall’ultima sneakers, ma è un’attrazione più controllata della donna. Facendo una considerazione diretta sul mio pubblico, sicuramente ci sono dei must have di stile, come la giacca che non può prescindere dal guardaroba di un uomo, ma sono regole più che altro legate all’adeguatezza dell’occasione. A questo si associa, come dicevo prima, anche un bisogno di concretezza dell’abito relativo al contesto sociale e professionale cui appartiene la persona. Ed ecco che quindi subentra l’attenzione al dettaglio che vada però a completare l’outfit. Ma, in generale, credo che la forte differenza tra il mondo maschile e quello femminile sia che per il primo esista una maggiore possibilità di poter essere libero dalla sovrastruttura della moda e quindi di potersi esprimere anche con una maggiore indipendenza rispetto ai trends. Difficilmente l’uomo, fatta eccezione per la nicchia dei fashion lovers che hanno dei codici comportamentali totalmente differenti, rincorrerà la tendenza del colore o di una determinata fantasia. 
 
Qual è secondo te il rapporto dell’uomo con l’accessorio?
Dipende secondo me molto dal tipo di accessorio. Ad esempio, nel caso dell’occhiale, con il quale si può avere un rapporto sia funzionale che estetico, penso che l’uomo abbia una relazione molto più interessante, ovvero di tipo sperimentale, con quello da sole che non con quello da vista. Per me personalmente l’occhiale è proprio una componente del look importantissima, magari non allo stesso livello di una camicia e di un abito, però è un oggetto su cui mi piace sperimentare anche forme diverse perché credo che a differenza di altri accessori mi consenta di esprimere più pienamente il mio carattere, come ad esempio l’amore per un certo tipo di cultura del design, dello stile e dell’arte. Senza considerare che l’occhiale, evidenziando lo sguardo, può considerarsi un importante veicolo della nostra personalità, un po’ come una porta di accesso. 
 
Quale parte di te esprimi nel tuo progetto editoriale di Manintown?
Sicuramente la passione per la trasversalità nella cultura e nella moda di ricerca. Forse non sono molto rappresentativo dell’utente del mio magazine, cioè del target cui mi vorrei rivolgere, motivo per cui mi avvalgo anche di tanti collaboratori che apportano punti di vista diversi dal mio. Però, credo anche che la mia caratteristica principale, come professionista, sia sempre stata la grande apertura a tutto ciò che mi è estraneo, un Paese, una cultura, una passione e un interesse che magari non coltivo, ma che ho il desiderio di apprendere. Quindi, è successo che pur non essendo appassionato di equitazione, sono andato a vedere un concorso ippico perché mi piaceva vedere cosa ci fosse dietro a quel mondo oppure, pur non piacendomi il calcio, sono andato almeno una volta a sperimentare cosa si prova allo stadio davanti ad una grande partita, piuttosto che a un test drive di una macchina. Poi ripeto non sono io che parlerò in prima persona di queste esperienze, anche per una questione di credibilità, ma lo farò grazie ad altre persone che seleziono, come blogger o influencer, che possono parlare di quelle passioni perché per loro sono vere. La mia abilità profonda credo che risieda proprio nella capacità di mettere insieme diverse voci rimanendo aperto ad altre forme di espressione. 
 
Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo
 
 


 
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