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RITRATTI DI STILE > L'INTELLIGENZA DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA

L'INTELLIGENZA DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



17 Novembre 2015
 
L'INTELLIGENZA DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Tanto giovane, quanto saggio il nostro nuovo ambasciatore dello stile della leggerezza.
Eracle Dartizio, artista ventiseienne, demolisce e abbatte in un attimo la concezione anarchico-romantica del personaggio artista, ovvero quello che fa ciò che vuole e che è al di fuori del contesto che agisce, per costruire un’immagine di sé molto più articolata e profonda. Un artista responsabile del ruolo che interpreta al punto da abbandonare una strada certa per intraprendere un mestiere che gli consentisse di riappropriarsi della libertà di esprimersi. Tuttavia un artista estremamente generoso per il processo creativo che pur partendo dalla propria biografia e quindi da un suo sentire non ha l’arroganza di elevarsi a modello dell’intera condizione umana ma che si sforza di ricercare delle chiavi di lettura metaforiche di immediata interpretazione. Ma più di ogni altra attitudine, Eracle è un artista intelligente, ove con tale significato s’intenda quella particolare accortezza di saper scegliere tematiche attinte dall’esperienza umana riproponendole concretamente con una poetica assolutamente leggera e semplice.

 

 
Come arrivi a diventare artista?
Da bambino sbirciavo mio padre che per passione dipingeva, quindi da subito sono stato attratto dalle arti figurative, anche se in età adolescenziale ho apparentemente abbandonato questo mio trasporto infantile per perseguire un percorso di studi più canonico, quale quello scientifico.
Nel mentre mi dedicavo al graffiti writing. Ho poi tradotto l’interesse per i graffiti in qualcosa di più profondo. Da subito mi sono espresso in maniera eclettica, realizzando degli oggetti-pittura, sculture, oltre che ideando installazioni e situazioni partecipative. Ad oggi, però, articolo le mie tematiche d’interesse prediligendo un linguaggio scultoreo.
 
Ci sono delle tematiche di indagine che ricorrono nella tua arte?
Non mi focalizzo sempre sullo stesso argomento, anche se possiamo dire che esiste un tema madre che mi accompagna, che è quello della distanza e dell’assenza. Ovvero la distanza tra due elementi che sono stati separati, come nell’opera “Meteoriti” esposta a Como in occasione di StreetScape4, che vuole essere la rappresentazione di un vuoto creato da una distanza. Per realizzare quest’opera, che fa parte di una serie di lavori che associa gli oggetti astronomici alla condizione umana, ho pensato di prendere due elementi che idealmente potessero essere il più lontano possibile tra loro, per l’appunto un meteorite e la terra su cui si scontra. Racconto in questo modo dell’impatto che ha su di me l’avvertire una distanza tra l’uomo e un qualcosa di cui non si ha esperienza sensibile. Insomma noi non riusciamo a percepire direttamente cosa sia un tunnel intergalattico, una supernova o un buco nero. Questa distanza tra me, essere umano, e una realtà esistente perché descritta dalla scienza, ma di cui ho solo una percezione astratta, è ciò che adesso mi affascina di più. Perché riesco a ricondurre questa costruzione narrativa ad una mia mancanza personale, ad un’assenza che avverto nel quotidiano, un vuoto che mi ha portato a cercare qualcosa che è ma che non c’è. Gli oggetti astronomici sono una metafora per raccontare la presenza di una mancanza, un invisibile che esiste. Sotto a un certo punto di vista, mi approccio alla scienza come un atto di fede, e vedo tanto più nell’atto artistico quanto nell’opera risultante, una personale preghiera laica.

Quindi, il tuo processo creativo parte dalla biografia che si traduce in una metafora?
Esattamente, parto da un’esperienza che riguarda il mio vissuto, la filtro e cerco di tradurla in un linguaggio che sia universale. Perché non voglio che la mia esperienza resti riconducibile a un individuo ma che piuttosto sia percepibile da un insieme di persone vicine a quello specifico sentire. La metafora mi consente di alleggerire le tematiche e abbracciare più individui. Prima avevo un atteggiamento molto più adolescenziale verso l’arte, vivevo nell’ingiusta pretesa che fosse valido elevare i propri drammi a fare artistico senza frapporre fra loro e il pubblico nessuna traduzione visiva, performativa o linguistica. Consideravo arte i miei vecchi lavori solo perché vissuti con vigore emotivo. Ho maturato negli anni una necessità di estensione, di ampliare questa mia personalità a qualcosa che fosse inclusivo e non esclusivo, che raccontato in un certo modo potesse essere capito e apprezzato, quanto meno concettualmente, da un maggior numero di persone. Quindi, tornando a “meteoriti”, io parlo di me, della mia verità più intima, senza dirvi nulla di riconducibile a un pettegolezzo biografico.

 
E qual è la poetica che prediligi?
Prediligo un’estetica minimale e un concetto esistenziale. Lavoro per sottrazione, alleggerisco. Come quest’occhiale che indosso. Rende essenziale un oggetto che di per sé rischierebbe di essere estremamente scomodo per una persona che lo porta, invece questo è discreto, non cerca di essere appariscente; attende e riflette, senza essere d’intralcio o gridare in faccia a nessuno. Allo stesso modo io nelle mie opere affronto tematiche pesanti, come la distanza o l’assenza, ma cerco di renderle e riproporle con una poetica che sia il più leggera possibile a confronto con ciò che sottende. Credo che la leggerezza sia un’attitudine di vita, è l’intelligenza che si diverte, un umorismo che non gratta come la stupidità, ma fa il solletico al cervello. Anche l’arte può essere leggera e non per questo meno profonda, poetica o soprattutto intelligente.
 
Per questo tuo processo creativo, verrebbe quasi da definirti un artista generoso, molto distante dall’immagine ermetica cui si è abituati a percepire da chi realizza un’opera.
In verità il punto di partenza del mio essere artista è stato l’egoismo. Come dicevo all’inizio non ho intrapreso da subito questo percorso, lo percepivo come inarrivabile, angosciato dal mito del “uno su un milione ce la fa”. Ero bloccato, vuoi anche per la mentalità estremamente pragmatica della mia famiglia che mi diceva di garantirmi un futuro stabile e certo. Per questa ragione fino a 24 anni, con molta frustrazione ero un grafico pubblicitario. Poi ho deciso di abbandonare la grafica, che fino a quel momento per me era stata un compromesso tra l’estremo Liceo Scientifico e L’Accademia di Belle Arti. Volevo lavorare con il mio talento solo, su e per me stesso, di conseguenza non ho più accettato che una mia capacità fosse utilizzata per fini che non mi appartenessero a pieno. Probabilmente in quel momento, come dicevo all’inizio, ho toccato l’estremità di un egoistico amor proprio, perché non ho rifiutato di disegnare o di costruire o di immaginare al servizio di fini creativi al di fuori dei miei. Poi, arrivato, non sono arrivato, quindi s’è stata la scelta migliore potrò dirlo solo più avanti.
 
Come si coniuga oggi questa necessità di libertà creativa di un artista con la possibilità di integrare nei processi creativi terzi soggetti, come ad esempio il mondo imprenditoriale? 
Mi rendo conto che il mondo delle imprese oggi possa essere un modo diverso e ottimale per nutrire l’arte. Per noi artisti il massimo dell’opportunità espressiva è quando un’azienda decide di investire in un nostro progetto senza definire le regole creative dello stesso. Ma questi sono anche i casi meno stimolanti per creare un dialogo con un privato, in quanto, generalizzando, l’azienda in quell’opera di suo vede solo l’investimento. Credo si debbano trovare delle modalità attraverso le quali i linguaggi si uniscano nel rispetto delle singole sensibilità. Dal mio punto di vista, all’azienda sta la selezione attenta dell’artista, cercando un autore che sia in linea con le finalità comunicative. Assumere quest’atteggiamento permetterebbe di evitare spiacevoli intromissioni o stravolgimenti nella poetica dell’opera che è necessario rispettare da vicino, ma mai “entrarci a gamba tesa”. D’altro canto all’artista sta il compito di interpretare con responsabilità un mondo che gli viene proposto come fonte di ispirazione, ricercando nella propria estetica o su un piano differente quella particolare chiave di lettura che consenta una congiunzione tra lui e la commissione. Faccio un esempio pratico rispetto a una mia recente esperienza. Ultimamente ho realizzato una scultura per il 60esimo anniversario di un’azienda di Fino Mornasco, nel comasco, in collaborazione con l’associazione culturale Circoloquadro di Milano. Grazie a loro ho creato l’opera “Supernova”. Questa scultura non ha attinenza tematica con quanto produce l’azienda, ma per realizzarla ho adoperato le tecnologie che essa impiega per produrre i propri prodotti. Ho lavorato fianco a fianco con gli artigiani e le maestranze in un accrescimento reciproco, in sintonia. È necessario trovarsi e creare un dialogo che sia costruttivo per entrambi. Questo è un esempio di come oggi l’artista possa dialogare con mondi diversi dal sistema dell’arte, in uno scambio biunivoco che non deve vincolare ma nutrire in egual misura entrambe la parti.
 
Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo

 


 
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