Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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L'ESSENZA DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



19 Maggio 2015
 
L'ESSENZA DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -
Alcuni la chiamano resilienza, ovvero la capacità di fronteggiare le circostanze negative della vita, dando nuovo slancio alla propria esistenza. Altri potrebbero definirla semplicemente un'attitudine caratteriale, vale a dire, il saper vedere sempre e comunque il bicchiere mezzo pieno. O forse è vitalità, ovvero un’inesauribile energia vitale che ci spinge a vivere piuttosto che a sopravvivere. Non c’è un termine dei tre propriamente corretto per descrivere la nostra nuova ambasciatrice. Forse perché Stefania Lucchetta, ingegnosa e visionaria designer di gioielli, definiti “architetture per il corpo”, è un mix di tutte queste capacità. E come potrebbe essere diversamente, conoscendo la sua storia? Un anno fa si abbatte su di lei un "terremoto", una di quelle prove esistenziali da cui si può uscire solo vinti o vincitori, che la porta a ripensare al senso della vita. Stefania, con convinzione e determinazione, senza mai arrendersi anche di fronte alle peggiori previsioni sul suo stato di salute, esce dal quel tunnel, più forte di prima, e si ributta con slancio nella vita, quella vita che decide di percorrere per la seconda volta, rinascendo. È così che la nostra ambasciatrice conquista la sua essenza della leggerezza, “la naturalezza di essere se stessi fino in fondo, liberandosi da ogni tipo di finzione”.

Come è nata questa tua passione per i gioielli?
È stata una passione guidata anche un po' dalla tradizione e dall'opportunità, essendo nata in una famiglia di orafi. Fin da piccola mi sentivo un’artista, cosa che non è proprio una fortuna, perché mentre cresci tutti cercano di farti abbandonare questa tua idea. Le arti visive mi hanno sempre affascinata e all’inizio volevo fare la pittrice: disegnavo moltissimo e, nei momenti in cui ero libera da impegni scolastici, ho iniziato a dipingere a olio, da autodidatta. Dopo il liceo classico, spinta da questo entusiasmo per l'arte, superai l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti di Venezia ed è stato lì che ho iniziato ad avvicinarmi al design. Le lezioni di design erano allora, nel contesto degli studi di pittura, molto marginali, ma mi fecero intuire che quella poteva essere la mia strada. Mi iscrissi quindi all'Università e, dopo la laurea, alla Scuola Italiana Design di Padova, per completare la mia formazione. L’amore per il gioiello è venuto in un secondo momento, anche perché vivendolo principalmente come una tradizione di famiglia, lo consideravo “roba” da vecchi. Alla fine degli anni novanta l’azienda di mio padre, aveva bisogno di un designer che disegnasse con il CAD per le macchine a controllo numerico che erano appena state inserite nel processo produttivo. Io mi sono fatta subito avanti e ho imparato a usare i primi CAD e a interagire con le nuove macchine. Rimasi immediatamente affascinata da come una macchina riuscisse a eseguire in modo tanto preciso il disegno che io concepivo, e capii che questo avrebbe aperto nuovi orizzonti alla creatività, anche in campo orafo. Fu così che mi appassionai al mondo del gioiello, in cui pareva soffiare finalmente un vento di rivoluzione. Dopo i primi anni in azienda, ho voluto provare a esplorare nuove forme avvicinando il gioiello a un’arte, più che al mondo degli accessori. Ho iniziato studiando delle forme astratte che potessero essere concatenate come moduli. Le prime cose su cui ho sperimentato sono state delle collane a elementi tridimensionali, molto grandi, che se venivano ruotate da una parte sembravano una cosa e se le osservavi dall’altra prendevano le sembianze di qualcos’altro. E a seconda di come venivano concatenati questi moduli, potevano diventare una collana, piuttosto che un orecchino o un anello. In pratica si trattava dello stesso modulo che si aggregava in diverse sequenze per dar vita a gioielli differenti, ma tutti con una stessa matrice.
Quindi il gioiello si è trasformato nell’elemento attraverso il quale sei riuscita ad esprimere il tratto distintivo della tua creatività?
Direi di sì, in un certo senso l’esprimermi con i gioielli mi ha permesso di coniugare quella che reputo essere un’eredità familiare con la mia vocazione primordiale verso le arti visive, il design, l’architettura, il bel tratto, alla ricerca di quella che W. Hogart chiamava la "linea della bellezza". Molti hanno definito le mie creazioni delle vere e proprie architetture per il corpo, spingendosi addirittura a dire che, se fotografate da molto vicino, sembrano architetture percorribili. E non è forse un caso che uno dei miei primi anelli in stellite, del 2006, l’abbia poi rivisto, in tutt'altre dimensioni, nelle architetture contemporanee di Siviglia.

Nei tuoi gioielli la materia è un elemento di profonda esplorazione?
Sì, è vero, perché credo che la materia -così come la tecnica- influenzi la forma. Nelle mie prime sperimentazioni in resina, che risalgono a quando le macchine di stereolitografia e sinterizzazione non erano ancora così ben rodate, le forme cominciavano a essere quelle attuali, ma ancora troppo robuste. Quando la tecnologia me l’ha permesso, ho iniziato a togliere sempre di più, alleggerendo l’oggetto fino al suo limite estremo.
Ora però la materia primaria con cui crei è il titanio.
Esatto, mi è piaciuto da subito. Anche se i primi tentativi con il titanio, più di dieci anni fa, sono stati molto complicati perché non riuscivo a ottenere gli oggetti che volevo attraverso la fusione a cera persa, vista la difficoltà di fusione di questo metallo anche ad altissime temperature. Provai quindi con una sorta di sinterizzazione, ma era talmente lontana dai risultati di oggi, che si ottenevano delle superfici così grezze da dover lucidare un solo anello per un intero giorno. Nonostante il notevole sforzo fisico richiesto, riuscii finalmente a realizzare la serie di anelli “crateri” e mi innamorai definitivamente del titanio. Quegli anelli erano perfetti nel colore, così leggeri e allo stesso tempo resistenti, essenziali e oltretutto anallergici. E da lì ho perseguito la strada del titanio, nonostante le difficoltà produttive. È un materiale talmente particolare e con un carattere così forte, che per lavorarlo devi volergli bene. Credo che sia proprio questo il motivo per cui sono rimasta conquistata dall’occhiale Titan One, perché conoscendo il materiale, il titanio con cui è stato realizzato il pezzo unico, mi sono resa conto di quanto fosse difficile portare quella materia a livelli di prestazione tali, un unico filo di titanio che si adatta perfettamente al volto. E poi perché sovverte la prospettiva di un qualsiasi occhiale tradizionale, grazie alla montatura invertita. E ciò nonostante sta bene sul viso senza appesantirlo.
In cosa si assomiglia con i tuoi gioielli?
Nella fluidità e naturalezza delle linee, che tuttavia sono ricavate da un materiale durissimo e che oppone molta resistenza.
Nella tua ultima creazione, l’anello “Vacuum”, hai espresso il tema dell’unicità. Come hai interpretato questa tematica?
Quando ho pensato al tema dell'unicità, mi è venuta subito in mente, “la reductio ad unum” medievale, in cui tutto veniva ricondotto all'Uno, cioè Dio, inizio e fine di tutto. Per contrasto, quindi, ho pensato all'individualismo di gran parte delle culture contemporanee, dove l'uomo si sente al centro di tutto, ma si trova anche solo di fronte alle grandi domande della vita. Siamo una miriade di individui, ciascuno unico e irripetibile, ciascuno con la propria vita, che si può pensare come un'orbita che compie tragitti sempre diversi da quelli degli altri e che ruota intorno all’ignoto. Penso che nessuno possa sapere con certezza quale sia la propria meta, dove stia andando, anche se alcuni, i più fortunati, sono convinti di saperlo. Così, partendo da questo concetto, ho sviluppato l’idea della rotazione perenne di tante orbite simili ma diverse allo stesso tempo. Del resto il tragitto della vita è uguale per tutti, ma ognuno di noi lo compie in maniera differente.
E ora, la tua vita attorno a cosa ruota?
Attorno alla leggerezza. Cammino sulle nuvole. Sto vivendo un periodo positivo e sto mettendo a fuoco delle cose su cui nel passato non avevo abbastanza riflettuto.
Quindi, la leggerezza è uno stato o una conquista?
Dipende da cosa s’intende per leggerezza. Se per leggerezza intendiamo una sorta di massima libertà e onestà di pensiero, una capacità di vivere in un sorridente e tollerante equilibrio con se stessi e con gli altri, in una pacifica accettazione dell'incertezza... direi che è molto più facile essere pesanti che leggeri. Credo tuttavia che sia una conquista resa più facile se alla base c’è una propensione a essere lievi. Se nasci con l’attitudine a essere te stesso, fai meno fatica a vivere con leggerezza, perché devi appesantirti meno di finzione, di cose che non ti appartengono. Io spero di conquistarla e tenermela stretta, ma non credo che sia uno stato possibile per tutti, non è facile da raggiungere.
Come traduci il concetto di conquistare il proprio stile della leggerezza?
È la capacità di guardarsi dentro con una profondità appuntita, per la conquista della tranquillità, della naturalezza di essere se stessi senza aver paura di niente; che si può tradurre, per esempio, nella facilità di andare ovunque senza provare ad adeguarsi agli altri, smettendo di omologarsi e di chiedersi se si sarà accettati o meno. L'autenticità secondo me è la conquista dell’essenza della leggerezza.
In una parola, qual è l’unicità di Stefania?
Rispondo raccontando un aneddoto. Quando ero piccola, in terza elementare, la maestra ci aveva chiesto di fare una cartina dell’Italia a mano libera da esporre in aula. Visto che ero considerata la più brava della classe, ero convinta che avrebbe scelto la mia cartina e invece l’insegnante scelse quella di una mia compagna. Ne rimasi molto delusa. In quel momento mi sono resa conto di essere un “unicum”, cioè ho capito che le nostre sensazioni, gioia, dolore, delusione o altro, non sono facilmente comunicabili e condivisibili con gli altri, come se ognuno di noi vivesse chiuso dentro una corazza. Lo percepivo in modo molto forte perché non riuscivo a partecipare alla gioia dell’altra bambina né lei riusciva a partecipare alla mia delusione. Eravamo due entità distinte e separate. In quell'istante, per la prima volta, ho sentito la solitudine di essere unica, sola con me stessa. Saper accettare la propria unicità e quindi la propria originalità, richiede un forte senso di responsabilità e di coraggio per saperla vivere.


Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo
 


 
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