Staylite: l'essenza dello stile della leggerezza
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L'UNICITA' DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA



17 Marzo 2015
 
L'UNICITA' DELLO STILE DELLA LEGGEREZZA -

La sua passione per l’arte nasce tra i corridoi dell’Università e facendo in maniera amatoriale il giornalista per una rivista di strada. Ma, prima di diventare critico e curatore, Ivan Quaroni, giovane e autorevole voce dell’arte contemporanea, percorre differenti strade, apparentemente casuali. Inizia lavorando con Claudio Cecchetto a programmi radiofonici come redattore, poi si butta nel giornalismo di elettronica di consumo, finché un giorno, quella che per alcuni poteva sembrare casualità, si trasforma in causalità junghiana, e dotato di una buona faccia tosta, Ivan inizia a intervistare artisti, fino ad approdare a un’importante rivista, Flash Art. Senza sapere nulla di arte contemporanea ma con la sola passione per l’arte in generale, arriva poi la possibilità di curare alcune mostre nonché la commissione di scrivere un testo per un’esposizione da lui firmata. Da qui la strada diventa a senso unico. La sua vera palestra di apprendimento diventano le occasioni che gli si presentano e il suo lavoro nasce sul campo, come forma di esperienza unita certamente, questo l’avevamo capito, a un carattere necessariamente forte. La sua passione diventa il suo mestiere e da un lavoro giornalistico-redazionale si sposta a uno curatoriale, cui ultimamente affianca, quello di mentore dei giovani talenti. Artisti unici e ispirati che Ivan forma periodicamente presso il Circoloquadro nella ex fonderia napoleonica di Milano (la cui direttrice Arianna Beretta ha trasformato in una palestra per i creativi emergenti), insegnando loro a diventare degli insider del sistema dell’arte contemporanea.  Convinto che l’arte non debba richiedere il libretto d’istruzioni, ma debba essere comprensibile a differenti livelli da diversi fruitori, spinge i suoi ‘discepoli’ a non celebrare se stessi e ad uscire da quella bolla che, dal Rinascimento e ancor più con il Romanticismo, vede l’artista come un soggetto, unico (e in questo concorda) ma estraniato dal contesto in cui vive. L’arte per Ivan è vita e dalla vita deve rigenerarsi, in caso contrario essa fallirebbe l’obiettivo della sua vocazione.


Vorrei partire da un testo che hai scritto in occasione di una mostra da te curata, che si chiama proprio Elogio della Levità, chiedendoti cosa è per te la leggerezza nell’arte? 
Essendo innanzitutto uno scrittore, per me la leggerezza si esprime con un lavoro di riduzione della complessità, ovvero nel rendere chiara un’intuizione che, inizialmente, per sua natura, è confusa. La leggerezza quindi non è un talento innato ma una conquista da raggiungere. Io, anche nello spiegare l’arte, ho sempre prediletto un modo di scrivere più giornalistico, quindi più pragmatico e americano, perché credo che non ci sia nulla di più distante dall’arte di quell’opera la quale si deve avvalere, come diceva un grandissimo collega scomparso, Maurizio Sciaccaluga, di un libretto di istruzioni per essere resa comprensibile. L’opera, invece deve avere questa capacità di comunicare a più livelli, da quello più semplice a quello più complesso. Se ha solo il livello di complessità fallisce la sua missione. La leggerezza, quindi, non va confusa con una cosa banale, ma è proprio il suo contrario, perché vuol dire arrivare a un punto di levità, a una capacità di raccontare qualche cosa in modo che la capisca un bambino e allo stesso tempo anche lo studioso colto a un livello, ovviamente, differente. Del resto, l’opera è la relazione tra un manufatto e l’osservatore il quale la va a completare con la sua interpretazione che può essere diversa da quella di un altro. La leggerezza è un velo che nasconde la complessità.
Quindi dal tuo punto di vista, l’arte non è qualcosa che deve vivere di luce propria, ma far parte del tessuto sociale?
Credo che l’arte non debba essere un tempio sacro in cui entrare in punta di piedi con una sorta di senso di pudore o anche di timore, ma, come qualcosa che fa parte della vita di tutti i giorni. In realtà poi incontriamo l’arte dappertutto solo che non la sappiamo riconoscere. In alcune magliette, nei capi d’abbigliamento, negli edifici e nelle piazze che attraversiamo. Semplicemente non c’è una targhetta con scritto “questa è un’opera d’arte”, ma ci sono molti artisti che hanno fatto oggetti di uso comune o che, ad esempio, hanno partecipato alla realizzazione di film. L’arte è sempre l’avamposto culturale di tutte le altre forme creative, ha un ruolo carbonaro, agisce, cioè, in segreto e poi passa al mainstream attraverso altri canali.  Pensiamo ad esempio ad ‘Arancia Meccanica’, pochi sanno che la famosa scena al Milky Bar con i tavolini a forma di donne sono direttamente ispirati alle opere di Allen Jones, un artista pop inglese che era stato contattato da Kubrick perché si potessero usare le sue sculture per quella scena. E lo stesso è accaduto con profitto nella realizzazione del film Dune di David Lynch con il famoso fumettista Moebius oppure in Alien tra Ridley Scott e Giger che era un altro illustratore che di fatto è il creatore dell’immagine di Alien. Questi rapporti tra arte e cinema la dicono lunga su quanto l’arte costituisca una fonte d’ispirazione per altre forme di creatività.
Condividi quindi la possibilità che l’arte, oggi, sia alimentata anche da soggetti apparentemente distanti da essa?
Penso che l’arte debba sempre essere invasa da altri aspetti della vita, abbandonando quell’immagine di artista ispirato da Dio, propria del Rinascimento e rafforzata nel Romanticismo che ha creato l’equazione artista, unicità e quindi affetto da una malattia anti-sociale. Anzi prima di allora l’artista era un artigiano spesso nemmeno menzionato nella realizzazione delle sue opere. Proprio per questo motivo è apprezzabile constatare come oggi, ad esempio, le aziende siano i committenti che hanno sostituito i casati nobiliari di un tempo. E proprio grazie ai loro contributi si può comunicare l’arte a un livello molto più ampio rispetto a quello di settore. Un caso per tutti, le costosissime borse di un notissimo brand di moda, almeno in una delle loro celebri varianti, sono state realizzate da artisti come Takashi Murakami. Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che non può esistere un perimetro di purezza entro cui l’arte debba stare e se l’artista si chiude in una bolla non diventerà, banalmente, mai ricco e famoso.  

E allora qual è secondo te oggi la difficoltà maggiore che un artista ha nell’esprimere la propria arte?
Ci sono due tipi di problemi, che poi alla fine sono sempre gli stessi. Il primo problema che incontro quando faccio i miei seminari qui al Circoloquadro, è atavico e si chiama autostima. Se l’artista non ha auto-stima o ha una bassa auto-stima è ovvio che il suo talento non può esprimersi al meglio. Molte cose si possono raggiungere semplicemente credendo di poterle raggiungere, se invece tu credi già in anticipo di non poter fare una cosa è naturale che tutto il tuo essere, tutta la tua consapevolezza, andrà in quella direzione. Se al contrario io credo di potere tutto, anche se non ho fondamento in questa credenza, ho la possibilità di iniziare a fare cose e il farle è il miglior modo per diventare quello che voglio essere. Quindi se io voglio diventare un artista devo iniziare a dire che sono un artista, a credere di essere tale e a comportarmi di conseguenza. Le mie azioni si adegueranno a quella mia nuova credenza. La seconda difficoltà invece è legata al fatto che se l’artista è timido e chiuso in se stesso non saprà mai come funziona il mondo dell’arte. In tal senso un altro mio contributo è quello di far capire come funzionano le cose là fuori, nella giunga dell’arte contemporanea, spiegando loro che certe idee che si sono fatti sono sbagliate,  come, ad esempio, che “l’arte è una cosa sacra, pura e intoccabile e dunque quando si parla di arte non si parla di denaro”. Questa è una falsa credenza, in quanto l’arte è una forma di scambio e di energia. Quindi la prima cosa è far capire che l’arte è la vita, niente di più e niente di meno. E per questo motivo l’artista deve sporcarsi le mani nella relazione piuttosto che rimanere chiuso nella sua torre d’avorio a creare. E necessario andare fuori nel mondo e farsi conoscere e conoscere il mondo, visitare mostre, frequentare altri artisti, conoscere i critici d’arte e i galleristi e tutto quello che orbita in questo sistema. Ma del resto il concetto del sapersi relazionare in quanto artista, non è un concetto nuovo, è sempre stato così. Pensiamo a Raffaello, un imprenditore che gestiva uno studio pieno di assistenti, alcuni diventati poi celebri, che prendeva grandi commissioni perché era prima di tutto un comunicatore, una persona piacevole nel relazionarsi e ovviamente di grandissimo talento. Tutt’altro che il personaggio alla Van Gogh. E noto anche che Leonardo, quando era già famoso e aveva fatto alcuni dei suoi capolavori fiorentini, per farsi assumere dagli Sforza scrisse una bellissima lettera di presentazione, di fatto un curriculum ante litteram, in cui elencava tutte le sue abilità. Ecco un caso di artista che comprende che la sua abilità sta anche nel fatto di sapersi presentare.     

E quindi, in tre parole, cosa rende oggi un artista unico?
L’originalità, l’abilità tecnica ed espressiva e la capacità di comunicare se stesso e la propria arte.
Tornando all’opera, cosa rende unico un oggetto?
Un oggetto è unico indipendentemente dal fatto che sia un solo pezzo o un multiplo. E’ unico se esprime una visione inconsueta. Ad esempio, osservando questi occhiali realizzati con un unico filo di titanio, mi viene subito in mente un’espressione che è “pensiero laterale” coniata da Edward De Bono, ovvero la capacità di guardare le cose da un’angolatura diversa, persino contraria alla logica corrente, offrendo, in questo modo, la possibilità di considerare la realtà come mai l’avevamo vista. Ecco quest’oggetto provoca proprio un ribaltamento della concezione strutturale, anziché presentarsi esattamente come ce lo saremmo aspettato capovolge la struttura, proponendo quindi le stanghette sotto invece che sopra, come sarebbe consuetudine. Titan One (ndr gli occhiali), come altri oggetti che dal mio punto di vista rappresentano il tema di unico, sono il frutto dell’adozione di questo principio del pensiero laterale che ci spinge a riflettere su cosa succederebbe se facessimo una cosa al contrario di come siamo abituati a farla. Nel caso di questi occhiali è come vedere il mondo a testa in giù. Introducono un’idea diversa, alla quale ovviamente è necessario abituarsi, così come succede per tutte le idee intelligenti. Devono attraversare una fase che conduce le persone a considerare una cosa nuova per la prima volta e a uscire dalla zona di confort delle abitudini.


Intervista a cura di Cristiana Giacchetti
Foto di Francesco Pizzo 
 


 
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